LA MURÀ – Galleria d’arte contemporanea nasce nel cuore del centro storico di Rimini come spazio indipendente dedicato alla promozione, alla ricerca e alla valorizzazione dell’arte contemporanea.
Fondata da Ludovica Muratore, storica dell’arte e professionista della progettazione culturale, la galleria nasce dal desiderio di costruire un luogo di incontro tra artisti, opere e pubblico, in cui linguaggi, sensibilità e percorsi differenti possano entrare in dialogo.
LA MURÀ accoglie artisti emergenti così come autori dalla ricerca consolidata, valorizzando l’originalità delle singole espressioni e la qualità dei percorsi artistici. Attraverso mostre, progetti curatoriali e iniziative culturali, la galleria intende offrire nuove occasioni di conoscenza, confronto e partecipazione.
Radicata nel territorio ma aperta a prospettive più ampie, LA MURÀ si propone come uno spazio dinamico, capace di avvicinare l’arte alla vita quotidiana e di contribuire attivamente al panorama culturale contemporaneo.
Mission
La missione di LA MURÀ è promuovere e sostenere la ricerca artistica contemporanea, offrendo agli artisti uno spazio di espressione, visibilità e crescita professionale.
Attraverso un’attenta selezione degli autori e la realizzazione di progetti espositivi e curatoriali, la galleria si impegna a valorizzare la pluralità dei linguaggi artistici, favorendo il confronto tra esperienze, generazioni e differenti modalità espressive.
Al centro della sua attività vi è la volontà di rendere l’arte accessibile, stimolando curiosità, riflessione e partecipazione, e costruendo un rapporto diretto e autentico tra artisti, collezionisti, appassionati e nuovi pubblici.
LA MURÀ riconosce nell’arte non soltanto un’espressione estetica, ma uno strumento di conoscenza, interpretazione e dialogo con il presente.
Vision
LA MURÀ aspira a diventare un punto di riferimento per l’arte contemporanea, capace di coniugare la propria identità territoriale con una prospettiva culturale aperta e internazionale.
La galleria immagina uno spazio in continua evoluzione, in cui la sperimentazione artistica possa convivere con la memoria e la tradizione, dando vita a nuove interpretazioni del presente.
La sua visione è contribuire alla costruzione di un panorama artistico vivace, inclusivo e consapevole, nel quale gli artisti possano sviluppare il proprio percorso e il pubblico possa avvicinarsi all’arte attraverso esperienze significative.
Un luogo in cui l’arte non sia soltanto osservata, ma vissuta, condivisa e riconosciuta come parte essenziale della cultura contemporanea.
La mostra
La prima mostra di LA MURÀ Galleria d’arte contemporanea, dal titolo DA QUI, ALTROVE, nasce da una riflessione sul rapporto tra ciò che è stato e ciò che continua a trasformarsi.
Ogni linguaggio artistico si costruisce a partire da una storia. Immagini, tecniche, simboli, forme e archetipi attraversano il tempo, vengono assimilati, messi in discussione e restituiti attraverso sensibilità nuove. Il contemporaneo non nasce quindi come rottura assoluta con ciò che lo precede, ma come uno spazio in continua evoluzione, nel quale la tradizione può essere osservata, rielaborata, deformata o semplicemente continuata.
Le opere riunite in mostra attraversano questo rapporto da prospettive differenti. La pittura più tradizionale incontra il mito, il paesaggio e la memoria, così come la figurazione si confronta con l’astrazione e con il sogno. Il risultato che si ottiene consiste in immagini appartenenti al passato o all’immaginario collettivo che vengono trasferite nel presente, mentre fotografia, materia e sperimentazione modificano codici visivi già esistenti. Linguaggi anche molto distanti condividono così una stessa tensione e permettono di guardare ciò che ci precede per costruire nuove possibilità.
È proprio in questa continuità che si definisce uno dei principi di LA MURÀ: intendere l’arte contemporanea non come un territorio isolato dalla storia dell’arte, ma come uno dei suoi sviluppi possibili. Conoscere la tradizione significa poterla attraversare, contraddire, reinterpretare e portarla con sé verso altri luoghi.
Per la sua prima esposizione, la galleria sceglie quindi di accostare artisti con percorsi, generazioni e linguaggi differenti. Accanto a ricerche già consolidate e fortemente riconoscibili trovano spazio artisti emergenti, all’inizio del proprio percorso espositivo, ma già capaci di delineare una ricerca personale e consapevole. La mostra diventa così anche una dichiarazione d’intenti, per cui LA MURÀ nasce come luogo di ricerca, confronto e crescita, nel quale esperienze differenti possano convivere senza perdere la propria identità.
L’esposizione diventa così un punto di partenza, un invito a riconoscere nell’arte non soltanto ciò che vediamo, ma anche ciò da cui essa proviene e le possibilità verso cui può ancora condurci.
Ogni ricerca parte da un luogo già attraversato. È da lì che può iniziare a guardare altrove.
Nata a Rimini nel 1998, Aka Clarice si forma nell’ambito delle arti figurative, affiancando successivamente alla propria ricerca artistica lo studio delle lingue e delle culture straniere. Il suo percorso si arricchisce di esperienze professionali e artistiche internazionali, tra esposizioni nel Regno Unito e un periodo di attività in Giappone. La sua produzione spazia dall’illustrazione alla pittura, mantenendo un linguaggio grafico distintivo e fortemente introspettivo. Memoria, sogno e vissuto personale alimentano un immaginario intimo e simbolico, nel quale il disegno diventa strumento di espressione emotiva e indagine interiore.
In mostra: Da qui, altrove
Free
Aka Clarice, 2026 Acrilico su pannello in legno OSB, 50 × 70 cm
Realizzata nel giugno 2026 durante una performance di live painting al Faber Fest, presso il Parco Fabbri di Rimini, Free racchiude alcuni elementi centrali della ricerca di Aka Clarice: il rapporto tra memoria e immaginazione, la dimensione onirica e il delicato equilibrio tra protezione e libertà.
L’opera adotta un linguaggio grafico essenziale: due cani stilizzati, dipinti in rosso, si dispongono ai lati di una cancellata nera, mentre il fondo bianco lascia intravedere le venature naturali del legno, evocando l’indeterminatezza del sogno. La scelta cromatica richiama l’esperienza onirica dell’artista, che racconta di sognare prevalentemente in bianco e nero, con l’apparizione occasionale di un colore dominante, spesso tradotto nelle sue opere attraverso il rosso.
La frase «You’re home free as soon as no one knows where to find you» introduce una riflessione sull’ambivalenza della libertà: essere irraggiungibili può significare sentirsi protetti, ma anche sperimentare la solitudine dell’invisibilità. La cancellata diventa così una soglia simbolica tra la sicurezza dello spazio domestico e le possibilità del mondo esterno. Il movimento dei due animali, di cui non è possibile stabilire con certezza la direzione, lascia aperta una domanda: la libertà consiste nel non poter essere raggiunti oppure nel conservare la possibilità di essere trovati?
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Pittrice riminese, Antonietta Bellini si diploma all’Accademia di Belle Arti di Bologna, sviluppando una ricerca figurativa dedicata soprattutto ai paesaggi, agli scorci urbani e alle scene della quotidianità. Nel corso della sua attività espone prevalentemente sul territorio romagnolo e le sue opere entrano a far parte di collezioni pubbliche e private. La sua pittura, caratterizzata dall’impiego dell’olio e del carboncino, si distingue per una sensibilità intimista, nella quale luce, colore e memoria restituiscono una visione delicata e poetica della realtà.
In mostra: Da qui, altrove
Sugli scogli
Antonietta Bellini, 2014 Olio e carboncino, 50 × 70 cm
In Sugli scogli, Antonietta Bellini concentra lo sguardo su una scena di intimità quotidiana: due figure siedono vicine all’estremità di una scogliera, rivolte verso il mare. I loro volti rimangono nascosti e la relazione che le unisce non viene esplicitata, lasciando allo spettatore la possibilità di immaginare un dialogo, una confidenza o semplicemente un momento di silenziosa compagnia.
La composizione è costruita su un delicato equilibrio tra la solidità delle rocce in primo piano e l’ampiezza dello spazio marino. Le pietre, definite attraverso pennellate morbide e variazioni cromatiche, accompagnano lo sguardo verso le due figure, mentre l’orizzonte lontano e il cielo dalle tonalità rosate avvolgono la scena in un’atmosfera sospesa.
La pittura di Bellini non ricerca il dettaglio minuzioso, ma privilegia la suggestione emotiva. Attraverso la luce diffusa, i colori attenuati e la discrezione delle presenze umane, un episodio apparentemente ordinario acquista una dimensione universale, evocando la familiarità dei luoghi e la memoria di momenti condivisi.
Solo, al porto
Antonietta Bellini, 2015 Olio e carboncino su tela, 60 × 80 cm
In Solo, al porto, Antonietta Bellini ritrae un momento di ordinaria quotidianità lungo il litorale riminese, trasformandolo in una scena di silenziosa contemplazione. Una figura solitaria percorre la spiaggia, mentre sullo sfondo si distinguono le imbarcazioni e le strutture del porto, appena accennate attraverso un disegno leggero e sfumato.
La composizione si sviluppa attraverso ampie distese orizzontali, nelle quali il mare, la sabbia e il cielo si susseguono con passaggi cromatici delicati. La presenza umana, piccola rispetto alla vastità del paesaggio, introduce una dimensione narrativa senza interrompere la quiete dell’insieme. Particolare importanza assume il cielo, attraversato da nuvole dense e mobili che contrastano con la luminosità tenue dell’orizzonte.
L’impiego combinato di olio e carboncino permette all’artista di alternare contorni appena suggeriti e morbide variazioni tonali. Il paesaggio perde così parte della propria definizione descrittiva, avvicinandosi alla consistenza di un ricordo. La scena non racconta un avvenimento preciso, ma trattiene l’atmosfera di un istante familiare, nel quale la solitudine assume il carattere discreto di un momento di raccoglimento.
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Nato a Cerignola nel 1974, Francesco Grillo si diploma con lode all’Accademia di Belle Arti di Foggia nel 1999. Nel corso della sua carriera espone in Italia e all’estero, ottenendo riconoscimenti internazionali, tra cui quello della Limner Gallery di New York nel 2000. Dal 2013 vive e lavora a Rimini. La sua ricerca pittorica, radicata nella tradizione figurativa, si sviluppa attraverso un linguaggio di matrice surrealista e simbolista, nel quale figure e oggetti rappresentati con precisione mimetica vengono inseriti in scenari enigmatici, capaci di sovvertire le convenzioni della realtà e suggerire significati ulteriori.
In mostra: Da qui, altrove
Mangiatore di argilla
Francesco Grillo, 2016 Olio su tela, 120 × 120 cm
In Mangiatore di argilla (2016), Francesco Grillo costruisce una scena di forte suggestione surrealista. Al centro della composizione compare un uomo modellato nell’argilla, intento a nutrirsi della stessa materia di cui è costituito il proprio corpo. Il gesto, apparentemente ordinario, assume così un carattere paradossale, trasformandosi in un’allegoria della condizione umana.
L’opera appartiene a una più ampia ricerca dell’artista sul tema della finestra, elemento che introduce una distinzione tra due dimensioni spaziali e simboliche. In primo piano domina un ambiente monocromatico, quasi interamente plasmato nella materia terrosa che costituisce anche la figura umana. Alle sue spalle, una profonda apertura incorniciata di blu rivela invece un paesaggio marino attraversato da onde impetuose e sovrastato da un cielo tempestoso. La finestra diventa così una soglia tra due realtà, ovvero una circoscritta, immobile e materiale, mentre l’altra è aperta, dinamica e apparentemente sconfinata.
Il contrasto assume un significato ulteriore attraverso l’atteggiamento del protagonista, completamente assorto nel proprio gesto e indifferente a ciò che accade alle sue spalle. L’uomo che si nutre della propria sostanza suggerisce una condizione di esistenza ripiegata su sé stessa. Il mare, al contrario, si configura come richiamo verso qualcosa che trascende la realtà immediata, evocando una tensione spirituale che il protagonista in primo piano non ha ancora accolto.
Grillo mette in scena il conflitto tra ciò che l’uomo conosce e ciò che potrebbe scoprire oltre i propri limiti. La finestra non rappresenta soltanto un’apertura sul paesaggio, ma la possibilità di un cambiamento dello sguardo, ancora inesplorata.
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Nato a Bologna e cresciuto a Rimini, Antonio Mazzotti sviluppa un percorso artistico multidisciplinare, formandosi tra le Accademie di Belle Arti di Venezia, Napoli e Brera a Milano. Nel 2019 vince una residenza artistica internazionale in Montenegro, dove viene chiamato a rappresentare l’arte contemporanea italiana, confrontandosi con artisti dell’Europa orientale. Nello stesso anno partecipa a importanti progetti espositivi veneziani, tra cui Laguna come Eremo, e collabora alla mostra Heterotophia, promossa da Flash Art. Successivamente viene selezionato dal Premio Michelangelo con l’opera fotografica Homo Inabilis. Pittore, filmmaker e fotografo, concentra la propria ricerca sulla figura umana, reinterpretando la tradizione figurativa attraverso una sperimentazione che intreccia pittura, cinema e varie metodologie di reinterpretazione dell’immagine.
In mostra: Da qui, altrove
Trittico Rosso
Antonio Mazzotti, 2023 Tecnica mista (olio e inchiostro su tela), tre tele, 45 × 60 cm ciascuna
Realizzato nel 2023 nell’ambito della serie pittorica AMAZ, Trittico Rosso rielabora il mito delle Amazzoni, leggendarie donne guerriere dell’antichità, attraverso una pittura che intreccia tradizione figurativa e sensibilità contemporanea. Le tre composizioni restituiscono una visione del femminile impetuosa e vitale, nella quale il movimento diventa espressione di forza, indipendenza e libertà.
Mazzotti riprende uno dei generi più rappresentativi della storia dell’arte occidentale, il ritratto equestre, tradizionalmente destinato alla celebrazione di sovrani, condottieri e figure di potere. A occupare questa posizione sono ora le Amazzoni: protagoniste di una nuova iconografia che sostituisce alla solennità della rappresentazione ufficiale l’energia di corpi liberi, colti nel pieno dell’azione. Cavalli e figure femminili sembrano fondersi in un unico slancio, dando vita a un’immagine di potenza che non necessita di simboli di autorità.
Il linguaggio pittorico rivela una solida conoscenza del disegno e della tradizione figurativa, reinterpretata attraverso un segno rapido, gestuale e profondamente espressivo. Il rosso acquista un’intensità quasi incandescente, mentre improvvise accensioni di giallo e ampie porzioni di tela chiara amplificano il dinamismo della composizione. Le pennellate si sovrappongono, i contorni si dissolvono e le figure emergono da un intreccio di linee che sembra prolungarne il movimento oltre i confini della tela.
Nato da una ricerca che l’artista stesso riconduce a un’esigenza di libertà, Trittico Rosso restituisce al mito delle Amazzoni una sorprendente attualità. Attraverso la tensione tra memoria storico-artistica e sperimentazione del gesto pittorico, Mazzotti trasforma un soggetto antico in una rappresentazione contemporanea dell’autodeterminazione femminile.
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Nato a Portomaggiore (Ferrara) nel 1976, Nico Mingozzi si forma presso l’Istituto d’Arte Dosso Dossi di Ferrara, sviluppando una ricerca artistica incentrata sulla manipolazione e reinterpretazione dell’immagine fotografica. Nel 2011 vince la Targa d’Oro al Premio Arte Mondadori, affermando un linguaggio espressivo che trasforma fotografie d’epoca attraverso interventi di collage, incisione e alterazione delle superfici. Il suo percorso comprende numerose esposizioni in Italia e partecipazioni a manifestazioni internazionali, tra cui Drawing Now a Parigi, Photo Basel e Zona Maco Foto a Città del Messico. La sua ricerca, caratterizzata da un immaginario grottesco e perturbante, si estende oggi alla rielaborazione di immagini contemporanee, indagando il rapporto tra identità, memoria e apparenza.
In mostra: Da qui, altrove
Senza titolo 1
Nico Mingozzi, 2026 Stampa fotografica, 38,5 × 44 cm
Una fotografia in bianco e nero viene trasformata dall’intervento di Mingozzi attraverso l’applicazione di tre esuvie di cicala, disposte in corrispondenza degli occhi e della bocca. Gli elementi naturali interrompono la leggibilità del volto, alterandone l’espressione e introducendo una presenza estranea in un’immagine altrimenti familiare.
Il contrasto tra la bellezza femminile e l’aspetto perturbante degli involucri degli insetti genera un’immagine sospesa tra delicatezza e inquietudine. Le esuvie, testimonianze di una trasformazione biologica, suggeriscono al tempo stesso metamorfosi e vulnerabilità, lasciando aperta l’interpretazione del rapporto tra identità e ciò che dall’esterno può modificarla.
Senza titolo 2
Nico Mingozzi, 2026 Stampa fotografica, 38,5 × 40 cm
In questa composizione, Mingozzi sovrappone numerose esuvie di cicala a un ritratto fotografico femminile, fino a nasconderne quasi completamente i lineamenti. La moltiplicazione degli elementi naturali genera una sorta di maschera organica, dalla quale emerge soltanto una parte dello sguardo.
L’immagine, originariamente legata ai codici estetici della fotografia di moda, viene sottratta alla propria funzione celebrativa attraverso un processo di progressiva alterazione. L’accumulo suggerisce un’invasione silenziosa, una presenza esterna che sembra appropriarsi dell’identità del soggetto. La bellezza non viene cancellata, ma resa enigmatica, trasformandosi in un’immagine capace di suscitare attrazione e disagio.
Senza titolo 3
Nico Mingozzi, 2026 Stampa fotografica, 40 × 37,5 cm
In quest’opera, l’artista interviene su un’immagine fotografica tratta dall’universo della moda, sovrapponendo piccoli denti di squalo lungo il profilo inferiore di un occhio femminile. L’intervento, successivamente rifotografato, altera un dettaglio anatomico familiare, trasformando l’eleganza dello sguardo in una presenza ambigua e vagamente minacciosa.
I denti di squalo assumono simbolicamente la forma di lacrime, introducendo un contrasto tra la ferocia evocata dalla loro natura predatoria e la fragilità associata al pianto. L’occhio diventa così il luogo di una metamorfosi inattesa, nella quale forza e vulnerabilità, seduzione e inquietudine convivono, rivelando la complessità emotiva nascosta dietro l’apparenza della bellezza.
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Nata a Cremona nei primi anni Duemila, Giulia Soldi sviluppa una ricerca artistica che intreccia pittura astratta, poesia e sperimentazione materica. Attraverso un linguaggio spontaneo e profondamente emotivo, esplora il rapporto tra natura e interiorità, trasformando sentimenti, ricordi e fragilità in segni e composizioni cromatiche. Il suo percorso comprende esposizioni a Spoleto, Milano, Cremona e Piacenza, oltre a sperimentazioni nell’ambito dell’installazione e della videoarte. Fondatrice del collettivo artistico We Must, promuove una visione dell’arte come spazio di incontro, condivisione e libertà espressiva, nel quale sensibilità e linguaggi differenti possano dialogare.
In mostra: Da qui, altrove
Poesia bambina III
Giulia Soldi, 2023 Olio, tempera, acrilico e gessetti su tela, 50 × 50 cm
In Poesia bambina III, Giulia Soldi esplora una pittura libera e istintiva, nella quale il segno assume la spontaneità di un linguaggio ancora sottratto alle convenzioni della rappresentazione. Su un fondo dominato da delicate tonalità azzurre e turchesi, sottili linee verticali e piccoli frammenti di colore si distribuiscono con un ritmo leggero e irregolare, richiamando la vitalità di un paesaggio naturale appena suggerito.
Il riferimento all’infanzia, presente nel titolo, diventa una chiave per interpretare il carattere immediato della composizione: una pittura che sembra affidarsi alla curiosità, alla libertà del gesto e alla meraviglia della scoperta. Come una poesia costruita senza parole, l’opera lascia emergere una sensibilità fragile e luminosa, nella quale ogni segno conserva la freschezza di un’impressione.
Lenzuola tue
Giulia Soldi, 2026 Olio su tela, 50 × 70 cm
In Lenzuola tue (2026), Giulia Soldi traduce una dimensione intima e affettiva attraverso una composizione astratta nella quale colore e movimento sembrano dare forma a un’emozione. Linee sinuose e pennellate sovrapposte si intrecciano in un movimento avvolgente, evocando suggestioni organiche, quasi floreali, senza mai definirsi in immagini riconoscibili.
Le tonalità calde del rosa, dell’arancio e del rosso dialogano con delicate sfumature verdi e azzurre, generando un equilibrio tra energia e dolcezza. Il titolo introduce un riferimento alla sfera privata e alla memoria del contatto, suggerendo una presenza evocata più che rappresentata. La pittura diventa così uno spazio emotivo nel quale il gesto conserva la traccia di un sentimento, lasciando allo spettatore la libertà di riconoscervi la propria esperienza.
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Artista autodidatta residente nel Riminese, Angelo Tasini avvia il proprio percorso professionale nel 1995, specializzandosi nell’aerografia e maturando una lunga esperienza in ambito scenografico e decorativo. La sua ricerca artistica evolve verso una sperimentazione pittorica e materica, alimentata dall’interesse per le culture arcaiche, il simbolismo e la dimensione spirituale. Nel corso della sua carriera partecipa a numerose esposizioni in Italia e all’estero, tra cui la Florence Biennale nel 2019 e la personale Altari Metropolitani presso la Fabbrica del Vapore di Milano nel 2024. Il suo percorso comprende inoltre riconoscimenti in concorsi d’arte contemporanea e recenti esperienze espositive internazionali in Francia, Spagna e Stati Uniti.
In mostra: Da qui, altrove
Alnitak
Angelo Tasini, 2024 Tecnica mista, materiali ossidati, ferro e ottone, 60 × 90 cm
Appartenente alla collezione RUSTAR, Alnitak (2024) interpreta l’immaginario delle divinità ancestrali attraverso un linguaggio che unisce suggestioni archeologiche e materiali della contemporaneità. L’opera prende il nome da una delle tre stelle della Cintura di Orione, trasformando un riferimento astronomico in un’entità femminile dal carattere sacro e misterioso, sospesa tra mito e visione cosmica.
Il volto della divinità emerge frontalmente dalla composizione, incorniciato da un imponente copricapo che richiama le forme cerimoniali delle civiltà antiche. La simmetria dell’immagine, la solennità dello sguardo e la ricchezza degli elementi ornamentali conferiscono alla figura una presenza monumentale.
Le componenti in ferro e ottone, segnate dall’ossidazione, conferiscono all’opera l’aspetto di un reperto riemerso dal passato, in contrasto con la delicatezza dei lineamenti femminili. Attraverso l’impiego di materiali industriali, Tasini recupera un immaginario sacro e ancestrale, riflettendo sulla progressiva perdita della dimensione spirituale nella società contemporanea e sulla possibilità di restituirle spazio nel presente.
Nirvana Graffiti
Angelo Tasini, 2020 Tecnica mista, intonaco, 85 × 85 cm
Appartenente alla collezione Divinità Urbane, Nirvana Graffiti (2020) trasferisce l’immagine del Buddha dal contesto religioso a quello della street art, trasformando un’icona di saggezza ed equilibrio in un segno della contemporaneità.
Su una superficie che riproduce l’aspetto di un muro cittadino deteriorato, scritte, graffiti e sovrapposizioni cromatiche si intrecciano in una composizione stratificata. Tra questi emerge il volto del Buddha, appena riconoscibile, come un’immagine consumata dal tempo e progressivamente assorbita dalla parete. La sua presenza discreta contrasta con l’energia visiva delle scritte, suggerendo una spiritualità che continua a esistere anche nei luoghi apparentemente più distanti dal sacro.
Il graffito, espressione di identità e riappropriazione dello spazio urbano, diventa qui il linguaggio attraverso cui un simbolo millenario riconquista visibilità nel presente. Tasini mette così in relazione due forme differenti di testimonianza: da una parte il segno spontaneo di chi attraversa e abita la città, dall’altra un’immagine tramandata attraverso i secoli.
Ogni traccia lasciata dall’uomo può conservarsi, sovrapporsi ad altre oppure scomparire. In questo continuo processo di trasformazione, l’immagine del Buddha sopravvive come presenza silenziosa, capace di riaffiorare tra i segni della vita urbana.
Con Nirvana Street (2020), appartenente alla collezione Divinità Urbane, Angelo Tasini porta la figura del Buddha direttamente sulla superficie stradale, trasformando l’asfalto in supporto.
La composizione propone un significativo ribaltamento del punto di vista: lo spettatore osserva la scena come se si trovasse sospeso sopra una strada, rivolto verso il suolo. La segnaletica orizzontale gialla, la superficie ruvida dell’asfalto e il volto del Buddha, riprodotto con un linguaggio vicino allo stencil urbano, costruiscono un’immagine immediata, nella quale il sacro sembra affiorare da uno degli ambienti più ordinari della contemporaneità.
La particolarità dell’opera risiede nell’inserimento di oggetti reali, comunemente associati all’incuria degli spazi pubblici: un mozzicone di sigaretta, una lattina schiacciata e persino una gomma da masticare, collocata sulla fronte del Buddha come un piccolo ornamento. Quest’ultimo dettaglio introduce un sottile ribaltamento simbolico: un residuo insignificante della quotidianità assume la posizione tradizionalmente occupata dall’urna (dal sanscrito ūrā), uno dei segni distintivi dell’iconografia buddhista, associato alla saggezza e alla visione spirituale.
Attraverso il contrasto tra l’immagine sacra e i rifiuti abbandonati, Tasini riflette sulla distanza tra gli ideali di equilibrio e consapevolezza e i comportamenti della società contemporanea.
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Nato a Rimini nel 2000, Mattia Zamagni vive e lavora a Bellaria-Igea Marina. Dopo gli studi in Design a Bologna, si laurea nel 2024 all’Università IUAV di Venezia. La sua ricerca pittorica si sviluppa in dialogo con la figurazione italiana del primo Novecento, in particolare con il Realismo Magico e il Ritorno all’Ordine, recuperandone la solidità formale e le atmosfere enigmatiche. Attraverso figure monumentali, volti sospesi e ambientazioni cariche di suggestioni simboliche, esplora il rapporto tra memoria personale, spiritualità e appartenenza alla propria terra. Nel 2026 presenta la mostra personale Primo Sonno, a cura di Jonathan Vecchini, presso Palazzo Gonzaga a Volta Mantovana, e partecipa alla collettiva In limine a Bologna.
In mostra: Da qui, altrove
Riti e attese
Mattia Zamagni, 2026 Olio su tela, 186 × 106 cm
In Riti e attese (2026), Mattia Zamagni si autoritrae disteso sulla battigia, in una posa di apparente riposo. Il corpo, sviluppato orizzontalmente lungo la composizione, assume una monumentalità che richiama la tradizione del nudo disteso nella storia dell’arte. La scena restituisce un momento di quiete, immerso in un’atmosfera sospesa tra realtà e immaginazione.
La figura sembra fondersi con il paesaggio circostante, nel quale le dune sabbiose assumono forme imponenti, quasi scultoree, richiamando la solidità plastica del corpo umano. Sullo sfondo, gli edifici alberghieri del lungomare emergono oltre i rilievi della spiaggia, stagliandosi contro un cielo dalle delicate tonalità rosate. Le conchiglie disseminate vicino ai piedi dell’uomo e le superfici verdi e terrose contribuiscono a costruire uno scenario familiare, ma trasfigurato attraverso una visione personale, nella quale gli elementi del paesaggio acquistano una presenza monumentale.
Un dettaglio introduce una dimensione più intima e simbolica: l’artista è disteso sul mascone di un’imbarcazione di salvataggio, evocando silenziosamente una richiesta d’aiuto. Il gesto non interrompe la serenità apparente della scena, ma suggerisce una vulnerabilità nascosta dietro l’immobilità del corpo. Il titolo, Riti e attese, sembra così alludere a un tempo sospeso, nel quale il riposo e il desiderio di essere soccorsi convivono senza contraddirsi, lasciando allo spettatore la possibilità di cogliere ciò che si cela oltre la quiete dell’immagine.
Spiegazioni mattutine
Mattia Zamagni, 2026 Olio su tela, 58 × 86 cm
In Spiegazioni mattutine (2026), Mattia Zamagni rappresenta due figure umane strettamente intrecciate, colte in un momento di intimità che sembra oscillare tra confidenza e tensione emotiva. I corpi, modellati attraverso volumi pronunciati e lineamenti volutamente deformati, occupano quasi interamente lo spazio pittorico, dando vita a una composizione serrata e profondamente espressiva.
Le tonalità fredde di un grigio tanto violaceo contrastano con il verde chartreuse luminoso dello sfondo, che avvolge i protagonisti come una presenza quasi astratta. Gli sguardi divergenti, le mani sovrapposte e la vicinanza dei volti suggeriscono una relazione complessa, nella quale il contatto fisico non coincide necessariamente con una piena comprensione reciproca.
Il titolo introduce una dimensione narrativa volutamente aperta: le spiegazioni evocate potrebbero appartenere a un dialogo amoroso, a un confronto o a un tentativo di riconciliazione. Zamagni trasforma così un episodio ordinario in un’immagine carica di ambiguità psicologica, nella quale la deformazione figurativa diventa strumento per rappresentare ciò che le parole non riescono a esprimere.
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